TDC E' UN portale CHE vuole dare voce ad un nuovo modo di fare critica. Una critica che non attacca, una critica che respira, che si riconosce in ciò che vede. Consapevolezza, introspezione ed umiltà sono le parole che descrivono tale lavoro di ricerca. Perché fare critica non sia più scrivere solo di teatro, ma divenga finalmente scrivere per il teatro

Benvenuti :)

mercoledì 5 febbraio 2014

BUTTARE LI QUALCOSA E ANDARE VIA

DI BENEDETTA DI MARZIO



Gianpaolo Marcucci, fondatore di Pensieri di Cartapesta, ha promosso il concetto di critica costruttiva, ritenendo il modo tradizionale di fare critica obsoleto e dannoso per la cultura stessa.

I. «…Sai, oramai sono impegnato, devo scrivere un libro all’anno per il mio editore». Così un giorno ti si rivolse uno scrittore; cosa ti suscitò la sua rivelazione?

G.M. Lì per lì mi apparve comprensibile: divenuto noto per il suo ultimo testo di successo, lui e le persone che avevano creduto in lui, riponevano molte aspettative nel suo futuro di scrittore professionista. Eppure più tardi ripensandoci accuratamente, mi accorsi che qualcosa in quella frase non tornava. Le parole artista e professionista mi apparvero d’un tratto in forte contrasto. Cominciai a pormi delle questioni: si può essere un artista di professione? Cosa vuol dire? Come ci si diventa? Si è poi dopo artisti solo fino alla pensione? Qualsiasi prodotto di un artista di professione è in quanto tale un prodotto artistico? E se una persona un giorno produce un’opera d’arte, da quel giorno in poi, sarà dunque considerato artistico qualsiasi suo prodotto futuro?

2. La tua riflessione si è incentrata dunque sul ruolo dell’artista e sulla questione del dovere nella produzione dell’arte.

G.M. Esattamente. Un’opera d’arte è qualcosa di spontaneo, una fotografia di un momento di contatto profondo tra l’uomo e la sensibilità. La sensibilità, non la sua sensibilità, perché la sensibilità, come l’arte, non appartiene a qualcuno, non appartiene affatto. Esiste a prescindere dalla mia esistenza, dalla mia capacità di coglierla. La sensibilità può essere percepita da tutti, non solo da alcune persone magari più colte, non ha niente a che vedere con l’intelletto e non può essere “fermata” in alcun luogo. Come si può decidere o sforzarsi di creare questo contatto? Pianificarlo? Come si può dover scrivere un libro, un album, uno spettacolo? Certo questo meccanismo esiste, non lo si può negare, ma riconosciuto ciò, è a quel punto di arte che si sta parlando? O forse non c’è arte dove non c’è libertà e non c’è libertà dove c’è forzatura?

3. A cosa conduce allora questo meccanismo?

G.M. Facciamo un esempio. Ho scritto una bella canzone, una canzone vera, artistica; per questo subito mi darò l’etichetta di cantautore e cercherò in tutti i modi di scriverne altre, e poi altre ancora. Se un giorno incontrerò difficoltà nel farlo, mi dirò che è il momento di vuoto dell’artista, che devo pazientare. Così nascono i gruppi, i registi, gli scrittori e il pensiero è placato dalla coerenza. Ma l’arte non è coerenza, è tutto il contrario: è fuori schema, è sorpresa, è nuovo.

4. A quali conclusioni sei giunto?

G.M. Non sono giunto a conclusioni, ma forse si potrebbe individuare un confine tra l’arte, la manifestazione della sensibilità, ogni volta nuova e dinamica e i voli pindarici dell’intellettualismo e del pensiero, sterili imitazioni, elaborazioni di dati in memoria, libri di cui è rimasto solo il titolo, peraltro incomprensibile. La carriera, il lavoro, il denaro, il successo, la fama, l’ego, il possesso: l’arte per il pensiero non è diversa dal resto. Se esiste un processo differente da questo non lo so ancora, ma immagino: quanto sarebbe bello se ci fosse qualcuno in grado di regalare la propria esperienza di sensibilità senza voler nulla in cambio, qualcuno che anzichè trincerarsi dietro l’egoistica concezione di possesso della propria arte e di identificazione in un ruolo inesistente, fosse, senza pretese di paternità, semplicemente capace di buttare lì qualcosa e andare via?


Articolo Creative Commons uscito su Pensieri di Cartapesta

MA CHE RUOLO ABBIAMO NOI: L'Antimanifesto della Cultura

DI GIANPAOLO MARCUCCI

 


Accade, seppur troppo di rado, che ci si trovi a riflettere sul proprio ruolo all’interno della società. Qual è il mio scopo, a che serve ciò che faccio? Come contribuisco a far vivere meglio le persone intorno a me? E soprattutto, contribuisco?

Chi opera e lavora nell’ambito dell’arte e della cultura si trova oggi in un momento di profonda crisi, economica, valoriale, identitaria. La cultura è osteggiata dalla politica, omessa dai media e, cosa ancor peggiore, incompresa dal proprio pubblico che non vi si riconosce.

Ma che cosa è successo? Come mai i cosiddetti “operatori culturali” non riescono più a lavorare, a far sentire la loro voce, a definire il loro ruolo, a percepirsi e ad essere percepiti come utili all’interno della società?

Alcuni potrebbero dire che non è più il momento, che ci sono priorità diverse, che la gente non è interessata, non ha tempo o è superficiale; altri invece che la cultura è una cosa snob, che si è auto-esiliata su un’isola di intellettualismi volubile ed elitaria e l’elitarismo si sa, se non è almeno a 6 zeri, non fa mercato.

Dapprima di fronte a tali supposizioni verrebbe voglia di dire che sono errate, incomplete, faziose. Dunque un bravo editorialista dovrebbe attaccarle o addolcirle, dire che non è vero che la gente non vuole la cultura e che gli artisti e gli intellettuali sanno come rivolgersi alle persone; che c’è solo bisogno di un nuovo spirito, di una nuova spinta, di un nuovo manifesto, ed ovviamente, di un nuovo bonifico bancario che permetta alla cultura di sopravvivere, di respirare, di produrre la Tosca! Finalmente! Ancora una volta.

Ma io non sono un bravo editorialista e più che dare affrettate risposte preferisco pormi alcune domande:

se fosse vero che la massa è superficiale, che non è interessata e non ha tempo?

Se fosse vero che la cultura si è chiusa in un intellettualoidismo fine a se stesso che la rende sempre più miseramente autoreferenziale?

Se fosse vero tutto? Cosa significherebbe?

A mio parere, per la reale risoluzione di un problema è importante prendere in considerazione tutti gli scenari possibili e secondo lo scenario che si aprirebbe di fronte ad una crisi così profonda, verrebbe da dire che la cultura sta perdendo non solo la sua identità ma anche la sua funzione.

Di fronte ad una massa reduce da 20 anni di coma televisivo, schiacciata da ritmi di lavoro sempre più oppressivi e appesantita da una alienazione sottile che si manifesta in uno sgretolamento palese delle relazioni sociali, la cultura cosa può fare? Continuare a rivolgersi all’élite borghese pagante che va a teatro e alla mostra perché è da farsi? Proseguire nell’opera di creare un pubblico di addetti ai lavori quasi a mo’ di setta in cui chi oggi applaude domani sarà di sicuro applaudito? Oppure aprirsi alla realtà e coinvolgere anche color che son d’altri gironi?

L’arte e la cultura dovrebbero aver la funzione di far nascere domande, di porre in discussione il conosciuto, di creare dubbio e apertura, di avvicinare le persone alla propria sensibilità, alla propria anima, a ciò che al contrario dell’intelletto è utile per crescere emotivamente, empaticamente. Il ruolo della cultura dovrebbe essere quello di educare la società ad evolversi a livello emotivo (e solo in funzione secondaria e opzionale a livello intellettivo) perché solo un cambiamento profondo, viscerale, lascia il segno nell’evoluzione di se stessi e della società.

Se vogliamo fare un passo avanti dobbiamo farlo uniti e la cultura così come la conducono burocrati, tecnici e intellettuali disonesti, non è per includere nulla se non la sua piccola corte. Prima di tutto pensiamo ad educare le persone alla cultura, dimostriamo apertura, riappropriamoci della semplicità e facciamo sì che chiunque possa fruirne e potersi emozionare,poter riflettere.

Il nostro intento dovrebbe essere quello di portare a teatro, al cinema, in libreria, nei musei, negli spazi performativi alternativi, coloro che non ci sono mai andati, che preferiscono guardare la tv o seguire l’ultima saga di Trasformers perché è più facile. Dobbiamo includere tutti, rivolgerci a loro ed educarli pian piano al mondo dell’arte. Ma lo sforzo dobbiamo farlo noi! Se non arriviamo alle persone, non ce la prendiamo con loro appellandole come superficiali; cerchiamo piuttosto di rivedere i nostri metodi, di metterci in discussione, di parlare in modo più chiaro. Insomma, lasciamo gli enti lirici e scendiamo in strada, nelle piazze, sulla metro, nelle case, facciamo sì che tutti possano riconoscersi in ciò che creiamo e che possano parteciparvi, sentendosi accolti. Lavoriamo verso l’inclusione, verso la diffusione e l’educazione. Solo così potremo rinascere dalla situazione di zombismo in cui siamo e costruire una cultura che sia sempre meno dell’io e sempre più del noi.


“Dio del cielo se mi vorrai amare scendi dalle stelle e vienimi a cercare.”

Fabrizio De Andrè




venerdì 3 maggio 2013

Due coppie. Quattro individui

di Gianpaolo Marcucci


Due coppie, Quattro individui, quattro storie, quattro raccolte di dati, informazioni: Foto , racconti, esperienze, sogni, speranze, fallimenti. Vite.

Qualcuno potrebbe pensare che la storia di una vita sia superficiale, che sia richiesto di condirla, che sia necessario qualcosa di più, qualcosa di diverso, di profondo, qualcosa di più. Ma cosa vuol dire superficiale? C'è qualcosa di più o meno superficiale? A pensarlo la risposta viene quasi da sola: Si che ci sta, certo che ci sta, cazzo. Ma la terra trema sotto i piedi se arriva qualcuno e butta li una domanda: C'è qualcosa di più o meno superficiale di fronte alla morte? Accidenti, non me l'aspettavo. La morte; di morte l'uomo parla sempre, in ogni suo gesto, ogni sua azione, ogni pensiero.

Di fronte a Dio se lo chiami Dio, di fronte al fatto che non ci sei più (c'eri prima?) conta davvero un'opera di intelletto più di una partita di pallone? Conta davvero un'introspezione profonda più di una risata?

Cosa conta che lavoro fai o che lavoro volevi fare? Che cosa hai e cosa ti manca? Cosa conta di più?

Io voglio stare lontano da quella sensazione che mi atterrisce, che mi stringe la gola. Voglio sentirmi al sicuro. E cosa allontana (e allo stesso tempo avvicina) di più dalla morte? Cosa dà l'illusione di essere al sicuro, al sicuro da tutto, anche dalla morte, e quindi di poter morire?

Amore è la parola più difficile che proviamo ogni giorno a pronunciare. E allora ecco due coppie: Quattro corpi diventano solo due, quattro mezzi.

Cedere la metà di se stessi è sempre un atto chirurgico, traumatico. A chi cediamo noi stessi? Chi è la persona che abbiamo davanti? Basta la storia della sua vita a farmela conoscere?

Quando si racconta l'amore si mente sempre un poco, magari per mentire a se stessi, magari per "mentire se stessi". Quando si racconta l'amore, si pensa, almeno nell'ultimo gradino in fondo alla mente, che poi sarà così. Conta tutto, certo, ma conta sopra "tutto" quello che vuoi, e tu "vuoi farti sposare da un uomo? O vuoi farti scopare da un uomo?". Ogni scopo vuole una strategia, un comportamento, una negoziazione, un accomodamento, un compromesso, una piccola (piccola?) menzogna. E dove c'è accordo, c'è rischio di non rispettarlo e dove c'è rischio, c'è violenza pronta ad uscire. Le unghie ce l'hanno fatte, sappiamo usarle, le usiamo.

Amore, ma non doveva essere quella cosa bellissima che ti mette al sicuro? Non doveva essere la nostra vittoria sull'oblio?


Due coppie, quattro individui, una sola persona, io, te

Teatri di Vetro - Teatro Palladium
Venerdì 26 aprile 2013

Farmacia Zoo:E' - Religions 1.Studio
Regia: Gianmarco Busetto e Carola Minincleri
Interpreti: Gianmarco Busetto Alessia Barbiero Debora Slanzi Enrico Tavella

venerdì 28 ottobre 2011

SINDROME DI CASSANDRA


di Claudia Romito

Il futuro è un’ipotesi… plausibile

Un canto che si interrompe, sguardi che sfuggono, nomi che restano impronunciati. L’imbarazzo che accoglie Cassandra è quello che spesso circonda ciò che non si comprende o che non si vuole comprendere. Il timore suscitato dalla profetessa di Apollo è dettato dalla sua apparente distanza, dalla superbia involontaria di chi amava tutti, ma da lontano.
Elisabetta Pozzi entra in scena con un canto caldo, ma un po’ inquietante; la sua voce è profonda e amplificata da un utilizzo strategico del microfono. È una voce profetica, che sembra provenire dall’alto, da un dio; ma anche dal basso, dal ventre, dalle profondità di un tempo divorato e diventato visceralmente parte del corpo della profetessa.
Per predire il futuro basta capire il presente e ricordare il passato. Così Cassandra ci parla di un passato ancora vivo, di un futuro amaramente incerto. Una Cassandra stratega, economista, il cui dono divino sembra in fondo nient’altro che una saggia lungimiranza, accompagnata da una acuta capacità di analisi. Un palchetto scosceso è l’unico elemento scenografico. Attorno a questo e sopra di esso si muovono anche il mimo Hal Yamanouchi e due ballerine che seguono il monologo come un’eco lontana. Solo a tratti la danza interagisce con la protagonista, e in quei momenti i personaggi del suo racconto sembrano impossessarsi dei corpi dei danzatori, fornendo all’attrice la possibilità di reagire a impulsi fisici che ne intensificano l’interpretazione.
Nella drammaturgia curata da Elisabetta Pozzi e Aurelio Gatti, i testi tragici si intrecciano alle visioni profetiche di Baudrillard e ai pensieri più intimi della Cassandra di Christa Wolf, in un lungo monologo che ci svela uno dei personaggi più intriganti della mitologia classica, per quel tanto che vuol farsi svelare, senza forzare quella sorta di pudore che l’avvolge.
Come un personaggio senza tempo, che di tempo però si nutre, la Cassandra di Elisabetta Pozzi arriva fino ai giorni nostri e forse li supera, proiettandosi in un futuro fantascientifico e apocalittico. Sul finale, la discesa verso un baratro fatto di economia selvaggia e tecnologia potenzialmente pericolosa è paventato dalla profetessa in maniera piuttosto pessimistica. Il palchetto sembra, a questo punto, una fragile zattera su cui si affollano l’attrice e i danzatori, come quattro naufraghi, aggrappati alla fragile speranza di non restare, almeno per questa volta, inascoltati.


CASSANDRA o del tempo divorato
Mistras/Mda Produzioni Danza
da Omero, Eschilo, Euripide, Seneca, Jean Baudrillard
con il contributo di Massimo Fini
drammaturgia Pozzi - Gatti
coreografie Aurelio Gatti
musica originale Daniele D'Angelo
costumi Livia Fulvio
con Elisabetta Pozzi, Hal Yamanouchi, Carlotta Bruni, Rosa Merlino, Martina Armaro
luci Stefano Stacchini
realizzazione Scene Capannone Moliere

dal 19 al 23 ottobre 2011, ore 21:00 - domenica ore 19:00 - Teatro Vascello, Roma

giovedì 27 ottobre 2011

INTERVISTA A CHIARA GUARDUCCI, autrice e regista dello spettacolo SUICIDE PROJECT


di Fanny Cerri
Dopo aver assistito alla messa in scena dello spettacolo Suicide Project, al Teatro Furio Camillo di Roma, mi presento alla regista, Chiara Guarducci. Al termine di una breve conversazione, ci scambiamo i numeri di telefono e gli indirizzi di posta elettronica. Una sua richiesta mi sorprende: “Sei su Facebook?”. Ecco quindi nascere lo spunto per la mia prima domanda, nell’intervista che mi concede:
FANNY CERRI/ Facebook, nel tuo spettacolo, è molto presente: sembra essere messo in luce come un falso sistema di comunicazione e come un mezzo solo apparente di espressione delle proprie idee e preferenze. Però lo utilizzi tu stessa per metterti in contatto con gli altri. Pensi che esista la possibilità di un buon utilizzo di questo strumento o lo strumento stesso contiene in sé un baco di sistema?
CHIARA GUARDUCCI/ Suicide Project è una rassegna provocatoria di manie, mode e falsi miti di benessere, un'ironica sfilata dei manifesti e degli slogan di questa società contemporanea, strafatta di televisione, spot e social network. Facebook è solo una delle molteplici attività che inchiodano la giornata di Pinky al suo circuito demenzial-claustrofobico, ben rappresentato dall'idea del videogame. Quel che volevo passasse è la quantità parossistica, il fatto che il nostro vuoto è numeroso, trafficato e spesso camuffato a festa. Noi ci stordiamo e ci nascondiamo dietro mille cose. Per me la quantità è il sintomo principale di quest'era frenetica e invadente e Fb rispecchia la quantità. Basti pensare alla quantità di iscritti e alla gara al gran numero di contatti. A dimostare che esisti. È evidente che la sua diffusione risponde a un'identità fragile e al nostro esasperato bisogno di apparire, di mostrarsi, avendo l'illusione che questo significhi esprimersi. Mi ha sempre fatto molto ridere il Mi piace, di cui peraltro faccio largo uso. Io non sono immune, ho quasi tutte le dipendenze che affido a Pinky, spesso molto contraddittorie tra loro, come psicofarmaci e intrugli vitaminici. La vetrina di Fb è una delle maschere di cui abbiamo bisogno per un confronto sempre più artefatto, easy e protetto con gli altri e con la vita, eppure è anche uno strumento indispensabile per chi lavora nello spettacolo o per chi persegue un impegno sociale e una causa da sensibilizzare.
FANNY CERRI/ Pinky è un personaggio che poco ha di umano. Non è libero di scegliere, di agire, di sentire e di esprimere sentimenti autentici e individuali. E’ una sorta di automa, che forse contiene in sé solo il germe di una rivolta inattuabile. Hai immaginato questo personaggio come una realtà già insita nella società in cui viviamo, come una proiezione futura verosimile o piuttosto come un incubo?
CHIARA GUARDUCCI/ Hai afferrato perfettamente. Ma nessuno di noi è libero, siamo tutti un po' pinky: lui, nella sua natura 'meccanica', agendo e ripetendo desideri di massa, svela quanto siamo automi, spesso obbedienti alla stupidità collettiva. E' un personaggio che ho inventato per prenderci in giro, mostrando quanto siamo passivi e obbedienti. E questo ha in sé il germe di una rivolta. Pinky, per ribellarsi, ha solo il suicidio; si suicida per non diventare uno zombie, per uscire dal sistema. Noi ridiamo, ma portiamo a casa un sapore amaro, perché è un incubo infilato sotto la pelle del presente. Riconosciamo quell'alienazione. Ma io ho voluto creare uno spettacolo che divertisse, così le spine passano meglio.
FANNY CERRI/ All’inizio dello spettacolo, Pinky inscena una danza gestuale che mima il suicidio. L’esordio, quindi, così come il titolo, preannuncia già chiaramente la fine. Pinky desidera davvero morire? Suicidarsi, per lui, è una scelta?
CHIARA GUARDUCCI/ È il suo sogno irrealizzabile. Essendo un fumetto, si rialza sempre. Non c'è soluzione per questo buffo e sciagurato personaggio: lui sceglie continuamente il suicidio; è l'unico modo che ha per rompere la sua quotidiana catena di montaggio. Tuttavia, è un suicidio ripetuto ad oltranza e seriale, come tutti gli altri gesti, dunque comicamente e tragicamente ingoiato nella catena stessa. E’ qui che vince la cifra paradossale e grottesca di questo spettacolo.
FANNY CERRI/ Quali problemi pone a un autore di teatro scrivere un testo che ha uno sviluppo drammatico volutamente molto flebile e che rappresenta un succedersi di azioni tutte simili le une alle altre? Hai temuto, in fase di scrittura, che il pubblico potesse non reggere a una ritmica e a una fraseologia così uniformi?
CHIARA GUARDUCCI/ Ho desiderato esasperare il pubblico, provocarlo, giocarci. La ripetizione crea effetti comici e paradossali. Pinky doveva essere un tormentone: è nel suo DNA. E’ così che mette in ridicolo tutti i tormentoni che ci propinano, sparando la sua pinkymania! Ma c'è uno spiazzamento verso il finale, una rottura con l'atmosfera e la struttura precedente. Quando Pinky mangia pillole come popcorn e la voce che lo ha accompagnato fino a quel momento si fa feroce, si apre la parte finale: una partitura di gesti rituali scandita dal silenzio, tanto che lo spettatore si trova precipitato in una zona profonda, in un sentimento che non aveva previsto. 
FANNY CERRI/ E’ stato difficile dirigere un’attrice, impedendole di esprimere emozioni per tutta la durata dello spettacolo?
CHIARA GUARDUCCI/ Elisa è stata molto brava, ha colto subito l'appartenenza di questo personaggio a una dimensione fumettistica e dunque la necessità di essere privo di psicologismi ed emozioni. Addirittura privo di una sua voce. Abbiamo lavorato molto sul corpo. L'impassibilità del volto non è facile da ottenere, ci vuole una notevole concentrazione. La precisione di Elisa, la pulizia dei suoi movimenti è stata fondamentale. Mi piace quando l'attrice non esprime emozioni e lo spettatore le prova, come nella seconda parte dello spettacolo. Quando c'è la vestizione e l’apparecchiatura natalizia, quando le foto coincidono con una scarnificazione, con una nudità spaventosa, e gli oggetti di festa proiettano le loro ombre lugubri, dentro si spacca qualcosa. Questa è la magia del teatro.
FANNY CERRI/ Come si inserisce Suicide Project nella tua produzione artistica complessiva? E’ la scoperta di un linguaggio nuovo che continuerai a sviluppare o immagini che resti un punto di discontinuità? Era già presente, sotto qualche forma, nei tuoi lavori precedenti?
CHIARA GUARDUCCI/ Sicuramente era presente una tara nichilista e un forte senso del grottesco ma, in effetti, mai come in questo lavoro ho messo da parte la mia scrittura. Il testo è strettamente funzionale alla performance e quasi del tutto privo della carica poetica che contraddistingue il mio percorso. Devo ammettere che mi sono talmente divertita con questo progetto, il primo in cui ho una parte così attiva (voce off in diretta), che ho già in cantiere una sorta di sequel o comunque un ampliamento di nome SUICIDE FAMILY che, come si capisce dal titolo, sarà la parodia della famiglia ideale.  
FANNY CERRI/ Nel tuo spettacolo, giochi con l’appiattimento dell’immagine e con la distanza emotiva fra l’attrice e il pubblico. La vera quarta parete, di cui tanto si dibatte in teatro, è in realtà lo schermo di un computer?
CHIARA GUARDUCCI/ Ho cercato di realizzare un fumetto vivente nel trip del suo circuito ossessivo. Ho desiderato che il pubblico lo sentisse chiuso in una gabbia immaginaria, con troppo spazio a disposizione. Non ho pensato alla quarta parete, ma non credo possa mai coincidere con lo schermo di un computer.

mercoledì 26 ottobre 2011

I DOLORI DELL’INGEGNER GADDA Un Amleto Pirobutirro tra guerre mondiali e intime

 
di Claudia Romito

Una sagoma scura entra in scena tagliando in diagonale lo spazio. Avvolta da questa semioscurità, la figura si affretta a prendere una sedia e inizia a tracciare nervosamente delle linee sul palco, come su di una lavagna magica. All’improvviso: luce! Le linee tracciate in maniera rigorosa diventano luminose e la figura inizia a delinearsi, a farsi riconoscere: è Amleto, è Gadda, è Fabrizio Gifuni.
L’ingegner Gadda va alla guerra è uno spettacolo costruito attorno alla parola: dalle parole scritte, complesse e forse poco teatrali di Gadda, a quelle poetiche e drammatiche di Shakespeare, che uno straordinario Fabrizio Gifuni riesce a interpretare con eguale e di volta in volta diversa tensione. “Parole, parole, parole…” recita un Gadda-Amleto mentre inizia ad inscenare la sua metodica pazzia, ed è con queste che Gifuni gioca con estrema maestria, miscelando dialetti, inflessioni e registri diversi, creando una partitura vocale ricca di colori, un pasticcio sonoro che concorre e si sposa con il miscuglio lessicale di Gadda.
Il rigore da ingegnere dello scrittore milanese, così come l’estrema lucidità del principe di Danimarca, portano entrambi i personaggi ad un collasso esistenziale. Il mondo, che si vorrebbe ordinato e razionale, si mostra confuso e folle. La guerra sconvolge l’esistenza dello scrittore, ne plasma l’anima, attraverso un rapporto con il dolore che diventa mezzo di conoscenza, uno strumento che, quando sembra annientare, rafforza.
Il disegno di luci geometrico contribuisce a sottolineare la mentalità da ingegnere di Gadda e, allo stesso tempo, è funzionale alla suddivisione dello spazio narrativo. Un corridoio luminoso, a forma di L blu, è il regno di Amleto, mentre il resto del palco è di Gadda. Un trapezio di luce avvolge ad un tratto lo scrittore, come in uno stemma militare, mentre la l’illuminazione diventa diffusa e uniforme sul finale.
La prima parte dello spettacolo è basata su I diari di guerra e di prigionia, il resoconto fedele della partecipazione di Gadda alla prima guerra mondiale: la disfatta di Caporetto, la detenzione nei campi di prigionia tedeschi e la morte del fratello Enrico. Nella seconda parte il linguaggio e l’attore esplodono e si liberano ulteriormente nel pamphlet antimussoliniano Eros e Priapo. È sempre Gadda ed è sempre il secolo scorso, ma è senza grosse forzature o complici strizzate d’occhio che lo spettatore coglie un chiaro riferimento all’attualità. La luce in sala si accende e il pubblico, interpellato direttamente, è chiamato a scrollarsi da quel torpore di cui il buio della sala a volte si fa complice. È invitato ad un atto di conoscenza con che nu’ dobbiamo riscattarci e che prelude la resurrezione, se una resurrezione è tentabile da così paventosa macerie.
Dietro questo metodico delirio in un toscano arcaizzante, tra tragedia e pantomima, Gifuni ci va elencando le caratteristiche della personalità narcissica, analizzando con partecipato distacco i sintomi di una psicopatologia erotica annidata nel potere di ieri e di oggi. I toni sono quelli di un’invettiva carica di sarcasmo. Il linguaggio del corpo da secco e militarmente nervoso si fa fluido e scattante. Agli echi cinquecenteschi della parola artificiosa di Gadda si unisce un gesticolare colorito quasi da Commedia dell’Arte. Gifuni istrioneggia, ma senza sbavature.

L’INGEGNER GADDA VA ALLA GUERRA
(o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro)
un’ idea di Fabrizio Gifuni
(da Carlo Emilio Gadda e William Shakespeare)
con Fabrizio Gifuni
regia Giuseppe Bertolucci
disegno luci Cesare Accetta
direttore tecnico Hossein Taheri

dall'11 al 16 OTTOBRE 2011 dal martedì al sabato ore 21:00 - domenica ore 19:00 - Teatro Vascello, Roma

martedì 25 ottobre 2011

TUTTI GLI UOMINI SI INNAMORANO DI GILDA, MA SI SVEGLIANO LA MATTINA DOPO CON RITA.


di Francesca Zompetta

Il fascino non si crea dal nulla. Il fascino non si ferma nemmeno davanti al glamour.

L’incanto retrò in bianco e nero viene portato in scena. La toletta dove spazzolare i lunghi capelli rossi o bere whisky, il separé ricco di colori e tessuti sfavillanti, il telefono con il filo arricciato, di quelli dove squillano voci felpate, e un pianista che ci accompagna dall’entrata in sala provocano un pizzico di nostalgia noir anni ’40, quel che basta a  farci chiudere gli occhi e  catapultarci indietro nel tempo, in quella famosa sera del 1946.
Tutto ebbe inizio in un piccolo paese dove lo schermo del cinema di Mario di solito proiettava pellicole per il puro piacere dei giovanotti locali, in cerca di belle forestiere.
Questa volta era diverso. Era stata addirittura scomodata la voce di Francesco Pannofino per annunciarla. Questa volta il cinema di Mario non portava in scena il solito spettacolo, ma dava forma alla futura icona della femme fatale, Gilda. 
Eccola lì, la bomba atomica del ‘46: una prorompente rossa, fasciata dal famoso tubino nero di Jean Louis, con coda e spacco, calca le scene riproponendo un Put the blame on Mame, con tanto di guanto sfilato e “ascelle depilatissime”, così magnetico che non può non affascinare ed essere imitato in futuro.
A partire da questo momento, il pubblico comincia a vivere un intenso tête-à-tête con Grazia Schiavo, che interpreterà tante donne durante lo spettacolo. Lei stessa confessa di non essere all’altezza di imitare un’icona della moda e del cinema come Rita Hayworth ed è proprio questo il nodo centrale dell’intenso monologo.
Rita Hayworth, prima di tutto, non era all’altezza di se stessa, o meglio della sua immagine, essendosi sottoposta ad innumerevoli e dolorosi interventi chirurgici, già allora, tanto da ritrovarsi con una palpebra scesa, camuffata perennemente da ciglia finte. In secondo luogo l’attrice non si sentiva degna di un personaggio come Gilda, così ingombrante per una donna vulnerabile e bisognosa d’amore come lei.  Ed infine, sentiva di non poter più corrispondere nemmeno al suo ruolo di attrice (Hollywood non aveva più bisogno di lei), di moglie (ben 5 matrimoni alle spalle) e di donna, tanto che, sentendosi ripudiata, passerà gli ultimi anni della sua vita a bere, perdendo non solo la sua bellezza, ma anche le sue funzioni mentali a causa del morbo di Alzheimer.
La straordinaria Grazia Schiavo regala ai suoi spettatori scene di esilarante comicità, con concessioni al dialetto e ai doppi sensi, proponendo frammenti di deliri estratti dal “Gilda” come “…ti amo tanto che un giorno ne morirò, Johnny”, accompagnati da baci e schiaffi continui e rivelazioni biografiche così scabrose o sconosciute da destare stupore. Ma fa anche di più: interagisce con il pubblico in modo da non creare preferenze tra quello maschile e quello femminile.
Eh sì, perché spiazza un po’ le donne quando si siede sulle ginocchia degli uomini, e nel tentativo di sedurli, desta sghignazzi ed una sorta di bonaria invidia. Ma si riprende immediatamente, instaurando con loro una sorta di tacita complicità ed inneggiando alla solidarietà femminile. Così desiderata dagli uomini, dunque, ma anche così vicina a tutte le donne che, proprio come lei, sanno bene cos’ è il dolore fisico scaturito dal mal d’amore e che, pian piano, vedono, quasi con sollievo, sgretolarsi sotto i loro occhi un mito così lontano dal quotidiano reale.  E’ una Rita imperfetta, a cominciare dal vestito stretto e appositamente mal cucito da una sarta scappata col pompiere, e sfiancata da una dieta che la mette a stecchetto. Essa mette a nudo tutte le sue fragilità, un vuoto d’affetto che tenta di colmare con la disperata richiesta di conferme ed approvazione dal pubblico. E’ una femme fatale, ma nemmeno poi così convinta, una mamma, una donna che ama profondamente, ma non è corrisposta, una signora delirante tra le mura della sua casa, ma quasi disumanamente ineccepibile dietro lo schermo.
Una carrellata di splendidi vestiti vintage, provenienti direttamente dalla bisca di lusso di Ballin e non solo, sfila estemporaneamente su un palco sempre vivo e pregno di storia ed emozioni. Chissà quanto deve aver amato, odiato, cucito addosso a sé questo personaggio, la straordinaria Grazia Schiavo, che infine si rivolge anche al pubblico più giovane, lasciandolo riflettere a bocca aperta su un interrogativo amletico: La femme fatale, oggi, chi è? Esiste ancora? Ai posteri l’ardua sentenza. Dunque il famoso dualismo vittima o carnefice rimane irrisolto.

Gilda
Con Grazia Schiavo
Testo e regia  di  Mario Moretti
Collaborazione alla regia di  Patrizia Schiavo
Aiuto regia Priscilla Micol Marino
Musiche dal vivo Francesco Marino
Luci e tecnica Simona Parigini, Sergei Yanchev
Elementi scenografici Battiti di cuore
Voce fuori  campo Francesco Pannofino

Martedì 11 ottobre 2011 ore 21:15, Teatro dell’Orologio di Roma